SEDUTA N.6 DEL 19/05/2006 
RESOCONTO STENOGRAFICO  
Presidenza del vice presidente ANGIUS  
PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 9,06). 
Si dia lettura del processo verbale.   
EUFEMI, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del giorno precedente.  
PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato. 
Comunicazioni della Presidenza 
PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.   
Seguito della discussione sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri (ore 9,10) 
Approvazione di mozione di fiducia 
PRESIDENTE.L'ordine del giorno reca: «Seguito della discussione sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri». Ricordo che nel corso della seduta pomeridiana di ieri ha avuto inizio la discussione. È iscritta a parlare la senatrice De Petris. Ne ha facoltà. 
DE PETRIS (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, le rivolgo i miei auguri per la sua prima Presidenza.   
PRESIDENTE. La ringrazio, senatrice De Petris.  
DE PETRIS (IU-Verdi-Com). Onorevole Presidente del Consiglio - speriamo che potrà sentire e seguire l'intervento non appena arriverà - signori membri del Governo, onorevoli senatrici e onorevoli senatori, noi tutti in queste ore dobbiamo sentire forte il peso della responsabilità di cui siamo stati investiti da milioni di cittadini che ci hanno chiesto, attraverso il loro voto, un forte cambiamento e un nuovo progetto per il Paese e, ancora di più io credo, un segno di speranza per il futuro.  
È dunque una sfida alta, difficile, ma allo stesso tempo appassionante quella che ci attende, e che soprattutto attende lei, onorevole Prodi, e il Governo, che non si gioca solo sul terreno meramente programmatico, ma come noi riteniamo e come lei ritiene e ha giustamente sottolineato, anche su quello etico, valoriale e culturale.  
Noi Verdi abbiamo apprezzato questo suo richiamo alla necessità di una forte scossa sul piano etico per ritornare ad una cultura delle legalità e della responsabilità, per ripristinare un forte senso di lealtà fiscale verso lo Stato, per sconfiggere quell'idea odiosa e devastante per cui il mondo è dei furbi e non degli onesti e gli interessi particolari hanno la meglio sull'interesse generale e quindi sull'interesse della maggioranza dei cittadini. Tale cultura purtroppo ha devastato e sta devastando la nostra società a danno dei più, a danno degli operosi, degli onesti, di coloro che credono nei valori di coesione della società.  
E' questo forte ancoramento ai valori che abbiamo sentito nelle sue dichiarazioni, Onorevole Prodi, forti e chiare sulla guerra in Iraq e sull'impegno al ritiro dei nostri soldati. Non si lasci confondere dalla gazzarra retorica dell'opposizione in quest'Aula, perché lei ha detto cose giuste e sagge, non solo per rispetto dell'impegno programmatico assunto da tutti noi, ma perché sa che ogni giorno in più in Iraq è un giorno in meno per la pace, perché ogni giorno in più in Iraq non è soltanto un giorno in più di grave pericolo per i nostri soldati, ma è sottratto alla nostra vera missione in ossequio all'articolo 11 della Costituzione.  
Il binario della politica estera è stato tracciato con chiarezza e su questo, onorevole Presidente del Consiglio, la sosterremo, la incoraggeremo e vigileremo. E' la politica preventiva di pace l'unico strumento per impedire i conflitti. Essa si attua solo attraverso politiche di equità e di giustizia a livello internazionale, in un mondo in cui - non dimentichiamolo mai - il 20 per cento della popolazione detiene e consuma l'80 per cento delle risorse. E su questo, nell' interesse dell'Italia e dell'Europa, dobbiamo ricostruire l'unità europea che proprio la guerra in Iraq ha contribuito a spezzare.  
Continuando a declinare i temi della sfida che ci attende per portare l'Italia fuori dalla crisi e ricostruire una speranza per il futuro lei, onorevole Presidente del Consiglio, ha giustamente indicato la strada di investire sui giovani, sulle loro qualità, sulle loro risorse, sui loro talenti. Ma per far questo bisogna affrontare, senza indugio, senza timidezza e senza incertezze, la questione della lotta alla precarietà; quella precarietà che sta devastando e rubando il futuro ai nostri giovani. È questo senso di precarietà costante che sottrae risorse alla nostra società.  
Ed allora, sebbene dal nostro programma risulti chiaramente la nostra posizione riguardo alla legge n. 30 in materia di occupazione e mercato del lavoro, ci si deve rendere conto che non è solo e unicamente modificando quelle regole che si può ridare speranza al futuro. Sono necessarie politiche chiare e precise; quella lotta all'immobilità sociale da lei richiamata.  
Ma, la prego, onorevole Presidente del Consiglio, non usiamo più in maniera equivoca la parola "flessibilità". Usiamo parole chiare per ridare centralità e valorizzare la risorsa lavoro; in sostanza, per ridare un futuro reale ai nostri giovani. Si sta costruendo in questa società un esercito di disperati che non sa pensare il proprio futuro, che non sa immaginare come costruirsi una famiglia e delle certezze di vita.  
Si tratta di un nodo importante, che non può essere eluso. Non dobbiamo usare tatticismi; dobbiamo dire parole chiare e mettere in atto politiche che, una volta per tutte, affrontino e releghino ai margini della nostra società l'idea di precarietà del lavoro. E' questo l'unico modo serio per far riprendere il cammino all'Italia. Nessun Paese che si fondi sul lavoro precario e, quindi, di fatto, sul lavoro dequalificato, può pensare seriamente ad uno sviluppo economico. Ma la cornice necessaria per far questo - lo diciamo con altrettanta chiarezza - è una nuova idea di sviluppo. Mi riferisco ad uno sviluppo sostenibile, che punti tutto sulla qualità e che consideri, ad esempio, i beni culturali, ambientali e paesaggistici, ma anche città e ambiente in generale, eccellenze territoriali, patrimonio agroalimentare tipico di qualità e tradizioni locali del made in Italy come delle vere risorse per l'innovazione.  
In un'era di globalizzazione e di competizione di costi l'Italia può percorrere solo e unicamente la strada delle produzioni di qualità e di eccellenza ad elevato contenuto di innovazione. E l'ambiente, quindi, non può e non deve essere solo una questione di cui bisogna genericamente tener conto; deve, al contrario, essere considerato una grande opportunità, un grande fattore di innovazione. Avremmo voluto sentire delle parole chiare su questo punto, ma sappiamo che tutto ciò è nel nostro programma, quel programma che abbiamo sottoscritto, condiviso e contribuito a sottoscrivere.  
Il nostro Paese e le nostre imprese sono indietro proprio sul terreno dell'innovazione ecologica. Si tratta di un fattore che limita fortemente la nostra capacità di competere a livello internazionale.  
Pensiamo alla questione energetica. Una grande questione strategica per il Paese. Pensiamo all'attuazione del Protocollo di Kyoto: davvero vogliamo vederlo solo come un limite? Perché non pensiamo invece, per esempio, che l'applicazione del Protocollo di Kyoto possa essere una grande opportunità di innovazione per il nostro Paese? Percorrere con serietà, con capacità, con forza, la strada dell'innovazione nel campo energetico significa indicare una strada (quella, appunto, dell'innovazione e del cambiamento), l'unica che può portare il nostro Paese fuori dalla crisi. 
Sull'energia vi sono stati nel corso di questa campagna elettorale dibattiti che trovo assolutamente ideologici e che non vorrei più sentire, ovviamente, anche a livello della coalizione; sul nucleare e su altre questioni essi denunciano unicamente un'impostazione ideologica. Il nostro Paese è fortemente indietro sull'energia rinnovabile: il Governo precedente non ci ha lasciato nulla in questo campo, anzi, ha distrutto quel poco che si era cominciato a fare. Si tratta dunque di un'occasione, di un'opportunità, anche per offrire un modello di impiego, di lavoro serio, alternativo, per tanti nostri giovani. 
Ricerca ed innovazione non possono essere parole vuote: proprio qui, nel campo ambientale, nel campo energetico, esse trovano davvero la loro possibilità di concretizzazione.  
Pensiamo anche ad altri campi che sono fondamentali per il nostro Paese, che evocano questo modello alternativo e la possibilità di utilizzarlo come risorsa per l'innovazione. 
Penso in particolare all'agricoltura: ieri l'ex sottosegretario Scarpa Bonazza Buora rimproverava Prodi per non aver mai alluso a questo tema, ma noi sappiamo quanto esso sia profondamente all'interno del nostro programma di Governo. Il sistema agricolo nazionale non è affatto un qualcosa di residuale, come qualcuno pensa, magari da localizzare all'estero, nei Paesi in via di sviluppo: anzi, come dice il nostro programma, il programma dell'Unione, esso ha una funzione strategica perché riveste una particolare rilevanza economica, ambientale, sociale e culturale. Anche l'agricoltura, quindi, rappresenta una grande risorsa per l'innovazione del nostro modello di sviluppo. Vi sono molti altri dossier sul tavolo del nuovo Ministro, e noi siamo certi che li saprà affrontare. 
Veniamo, infine, ad una nota dolente che mi corre non solo l'obbligo, ma il dovere di sottolineare: mi riferisco alla questione, rispetto alla quale in molte ci siamo sentite deluse e di cui ci siamo lamentate, della valorizzazione e della presenza delle donne nel Governo. Non si può solo dire che investire nelle donne, nelle politiche per le donne, è una risorsa per il Paese: bisogna poi produrre atti concreti. Noi chiediamo, adesso, subito, all'inizio della legislatura, una legge che finalmente attui l'articolo 52 della Costituzione. Non possiamo, ancora una volta, presidente Prodi, sentire espressioni di rammarico in cui si dice che è colpa dei partiti, di questo o di quest'altro.  
Ricordava ieri Lidia Menapace che le donne vincono i concorsi; se si potesse entrare nel Governo e in Parlamento attraverso i concorsi forse queste Aule sarebbero piene dei corpi e delle idee delle donne, ma la politica purtroppo ha altre regole e questa politica non ci piace. E allora, è arrivato il momento non di rammaricarsi, Presidente, ma di arrivare subito, immediatamente, ad una legge, a delle regole che garantiscano finalmente una possibilità di democrazia paritaria. È una speranza, davvero, per questo Paese. Le novità nel resto del mondo vengono dalle donne: anche noi abbiamo l'obbligo di percorrere questa strada. 
Concludo, signor Presidente, affermando che, come Verdi, voteremo la fiducia a questo Governo, lo sosterremmo lealmente nell'attuazione del programma che abbiamo sottoscritto e che abbiamo contribuito a redigere. Con altrettanta lealtà e onestà vigileremo affinché tale programma sia rispettato nell'attuazione della politica del Governo. Lo dobbiamo ai nostri elettori e lo dobbiamo soprattutto a quella speranza che abbiamo alimentato nel Paese, la speranza nel futuro dell'Italia. (Applausi dai Gruppi IU-Verdi-Com, Ulivo e RC-SE. Congratulazioni).   
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Boccia Maria Luisa. Ne ha facoltà. 
*BOCCIA Maria Luisa (RC-SE). Signor Presidente, ho ascoltato ieri con molto interesse il discorso del Presidente del Consiglio sul programma del Governo. Diversamente da ciò che hanno detto alcuni colleghi senatori dell'opposizione, l'ho apprezzato proprio perché, piuttosto che fare un elenco di provvedimenti da attuare, ha scelto di indicare le linee di fondo politiche, gli orientamenti di un progetto di riforma. Infatti, soltanto se si dà una cornice che delinea per davvero un alto progetto politico per una diversa società, il programma e le singole scelte che poi lo dovranno attuare trovano una loro coerenza e si presentano al Paese per il valore di cambiamento che devono avere. 
Non sono peraltro mancate indicazioni concrete su alcuni immediati atti politici che questo Governo si impegna a compiere e che quindi coinvolgono anche la responsabilità del Parlamento. Ne voglio ricordare soltanto due, che ho particolarmente apprezzato. In primo luogo, il Presidente del Consiglio ci ha detto ieri che ritiene un obbligo per questo inizio di legislatura, cioè per l'oggi, un intervento per affrontare la situazione insostenibile - sono le sue parole - esistente nelle carceri. Credo che tutti noi siamo impegnati in Parlamento su tale tema e come Gruppo di Rifondazione Comunista abbiamo già compiuto degli atti politici in questa direzione per corrispondere a questo obbligo.  
In secondo luogo, ho apprezzato il chiaro pronunciamento dell'atto politico da cui la maggior parte del popolo italiano si aspetta il segno di una vera discontinuità della politica italiana sul piano internazionale: il rientro dei nostri militari dall'Iraq. Voglio ricordare che è stato qui riaffermato l'impegno per porre oggi in essere questo atto politico, che si inserisce anch'esso in un disegno più complessivo di cambiamento della politica del nostro Paese nel mondo, un disegno che il programma dell'Unione definisce di politica preventiva per la pace. Non è soltanto una questione di tempi tecnici, anche se i tempi hanno una loro importanza, che porta a qualificare diversamente l'iniziativa politica in cui il ritiro dall'Iraq si configura. Non c'è però politica preventiva per la pace se non si rimette al centro della politica internazionale, e l'Italia non si impegna in questo senso, una parola che purtroppo è scomparsa da troppo tempo: "disarmo".  
Oggi che siamo tutti preoccupati per la crisi in Iran non possiamo limitare alla questione del nucleare in Iran il problema del disarmo e del bando delle armi nucleari, qualunque sia il Paese che ne dispone. (Applausi dai Gruppi RC-SE, Ulivo e UI-Verdi-Com).  
Ho poi molto apprezzato ieri le parole di rammarico del Presidente del Consiglio per non aver raggiunto l'obiettivo di una maggior presenza femminile nel Governo. Del resto, nei giorni scorsi e ancora oggi sono state molto forti e diffuse le reazioni critiche e di delusione per questo impegno mancato. Anzi, devo dire che se c'è un aspetto positivo in questa vicenda è che per la prima volta essa ha trovato una forte rilevanza nei commenti dei giornali e della televisione; è il segno che il problema è ormai avvertito come urgente e serio. È un problema di grave deficit di qualità della democrazia e della politica: in questo l'Italia non è europea, anzi si trova in una posizione di arretratezza rispetto a larga parte del mondo.  
Il Presidente del Consiglio ha anche parlato della necessità di norme rigide, quindi di un impegno politico da avviare per risolvere il problema. In realtà - lo ricordava anche ora la senatrice De Petris - le norme vincolanti ci sono, sono scritte nella Costituzione: c'è l'articolo 51, che lei richiamava, ma c'è soprattutto l'articolo 3 della Costituzione che impegna la Repubblica, cioè, noi, le istituzioni di governo e di rappresentanza, a rimuovere gli ostacoli per la libertà e l'uguaglianza, per l'effettiva partecipazione senza distinzioni di sesso alla vita politica, economica e sociale.  
Attuare la Costituzione dovrebbe essere il compito prioritario della politica e delle istituzioni. Posso capire che sia necessario introdurre norme che obblighino ad attuare la Costituzione, ma, in realtà, le norme non risolvono, a mio avviso, il problema della presenza femminile nelle istituzioni politiche: esse possono, tutt'al più, e parzialmente, aiutarci a risolvere solo il problema del numero.  
In realtà, vorrei, e credo che come me lo vorrebbero molte donne italiane, lasciarmi rapidamente alle spalle questo problema del numero. Certo, il numero conta. Sotto una certa soglia non c'è pari dignità e non c'è nemmeno modo di esercitare quello che le studiose e gli studiosi di questi problemi definiscono l'esercizio della "massa critica". Per poter spostare la politica e cambiare gli orientamenti sui contenuti e sulle scelte programmatiche. Ma dobbiamo prendere sul serio la difficoltà che qui ha richiamato il Presidente del Consiglio: quell'ostacolo, quella resistenza che ha riscontrato l'intenzione sincera, autentica, di raggiungere l'obiettivo di una più ampia presenza, ha incontrato. Non possiamo fermarci alla recriminazione, dobbiamo chiederci quali sono le ragioni e quali gli ostacoli; dobbiamo chiedercelo non solo noi donne, ma devono chiederselo, soprattutto e prima di tutto, gli uomini, politici e non solo.  
Credo ci sia un conflitto sul potere che ha un aspetto molto semplice ed evidente: una donna in più vuol dire un uomo in meno. Ma non credo che sia solo questo il problema, credo che anche sul potere ci sia qualcosa di più profondo: c'è un attaccamento maschile al potere che non ha per corrispettivo di attaccamento e passione femminile per il potere come tale (e qui c'è una simmetria che pesa e non poco).  
Ma io non posso nemmeno dimenticare che il rapporto degli uomini con il potere ha la sua radice prima nel potere sessuale sulle donne, nel potere sul corpo femminile, dettando legge e appropriandosene, volendo disporre del corpo femminile. Lidia Menapace ha fatto riferimento a quello che la cronaca tutti i giorni, purtroppo, ci propone: quanto possa essere distruttiva e violenta la reazione maschile se questo potere viene meno. Ma c'è anche una paura degli uomini di fronte all'autonomia femminile, all'autonomia del loro pensiero, al differente modo che le donne ormai hanno di leggere la realtà, di affrontare e nominare i problemi, di cercare le risposte e le soluzioni.  
È un paradosso solo apparente, ma quello che viene spesso definito lo svantaggio delle donne nella politica oggi si presenta sempre di più, non come una loro inadeguatezza, una debolezza, un arrivare dopo in questi luoghi della rappresentanza e della decisione politica, ma, anzi, al contrario, è una resistenza alla loro forza, alla loro competenza, alla loro libertà. C'è poi un'inerzia delle logiche e delle pratiche della politica. Insomma, anche per risolvere il problema del numero, per raggiungere la pari dignità tra uomini e donne è la politica che deve cambiare e per cambiarla gli uomini devono interrogare se stessi.  
Molti prima di me - e concludo - hanno sottolineato come la nostra insoddisfazione critica riguarda anche la valorizzazione delle competenze femminili. Questo non è soltanto un problema di ministeri di livello A o B. Si tratta di dare responsabilità alle donne perché quelle che il programma del Governo presenta come le linee forza - cambiare le scelte di indirizzo, creare un circolo virtuoso tra politiche economiche e sociali e diritti delle persone - possano davvero attuarsi. (Applausi dai Gruppi RC-SE e Ulivo. Congratulazioni). 
  
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Brutti Massimo. Ne ha facoltà. 
*BRUTTI Massimo (Ulivo). Signor Presidente, se vogliamo aprire per l'Italia una nuova stagione di sviluppo e di progresso civile, dobbiamo porre in primo piano nei nostri programmi e nella pratica di Governo l'idea-guida della legalità. 
Chiediamo al nuovo Governo un impegno straordinario per la legalità. Si tratta di un bene a rischio, di un bene insicuro nell'attuale stagione della vita nazionale. 
Per legalità intendiamo non solo l'obbedienza alle norme dell'ordinamento statuale, ma anche l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Questa uguaglianza - scritta nella Costituzione - è una condizione di vita e di credibilità dello Stato democratico. Realizzarla significa spezzare le discriminazioni, ma anche i favori e le protezioni illecite, che sono alla radice dei poteri mafiosi. La legalità e l'uguaglianza si affermano combattendo le mafie con la forza dello Stato, soccorrendo e liberando i cittadini oppressi dai comportamenti delittuosi, liberandoli dalla violenza criminale, così come dalla parzialità e dall'arbitrio nell'amministrazione pubblica e nella politica, quando l'amministrazione e la politica sono distorte e corrotte. 
La legalità è indispensabile, se vogliamo liberare il Mezzogiorno dalla mafia, dalla camorra, dalla 'ndrangheta. Un vecchio libro di un giurista dell'Ottocento, signor Presidente, era intitolato "La lotta per il diritto". In realtà non c'è diritto se non c'è qualcuno che lo fa valere, che si impegna e lotta per realizzare l'effettività delle regole poste a presidio della libertà e della dignità delle persone. Per una strategia antimafia oggi il primo ed essenziale obiettivo è aggredire i beni dei mafiosi e dei camorristi; potenziare le misure di prevenzione patrimoniale; accrescere il numero degli addetti alle misure di prevenzione patrimoniale tra i magistrati delle DDA e nelle questure.  
La legalità è necessaria alla crescita dell'economia, agli investimenti, alla creazione di imprese. Serve in generale all'Italia, così come serve una nuova fiducia nelle istituzioni, che può nascere soltanto dalla dedizione delle classi dirigenti al bene pubblico. 
Vorremmo vivere in un Paese dove le regole siano rispettate da tutti allo stesso modo, dove non siano calpestate dai più forti, dove chi è titolare di poteri ed autorità non sia legibus solutus né sia in grado di imporre leggi finalizzate al proprio privato vantaggio e portatrici di rilevanti danni sociali, com'è avvenuto negli anni passati. 
Vorremmo vivere in un Paese nel quale i diritti sono rispettati e tutelati con uguale efficacia: i diritti di tutti, quelli di chi vive del proprio lavoro ed aspira alla stabilità del lavoro, e poi i diritti dei più poveri e delle minoranze che non hanno voce. 
Per rispettare i diritti, per farli vivere come schemi ordinanti dei rapporti sociali, c'è bisogno di un sistema giudiziario nel quale siano garantite l'indipendenza e l'autonomia dei magistrati, nel quale valga e sia effettivo il diritto alla tutela giudiziaria di ciascuna persona, nel quale insomma le regole siano in grado di incidere sulla realtà. 
Non vi è giurisdizione se il giudice manca ai suoi doveri; e allo stesso modo non vi è giurisdizione quando gli uffici non funzionano; non vi sono garanzie se il deficit nell'organizzazione e nei servizi mortifica le attese dei cittadini, se prolunga a dismisura il tempo di definizione delle controversie, se blocca la tempestiva riscossione dei crediti, se favorisce l'impunità e la prescrizione dei reati. Questa è assai spesso la realtà che abbiamo davanti agli occhi. 
Nulla o quasi nulla si è fatto nei cinque anni che sono alle nostre spalle per dare effettività ai diritti, per far funzionare la giustizia. I difetti già esistenti si sono aggravati. Il tentativo di migliorare l'organizzazione giudiziaria, che era stato avviato con il giudice unico di primo grado, con i giudici di pace e con l'indizione di nuovi concorsi, è stato letteralmente bloccato. 
Molto si è fatto invece per suscitare ed acuire un conflitto inaccettabile e regressivo tra il potere di governo e l'ordine giudiziario, tra maggioranza politica e magistratura.  
Dobbiamo uscire dalla rissa. In democrazia la politica è forte quando accetta e garantisce i controlli, quando riconosce poteri neutri e contrappesi, quando ammette e tutela l'indipendenza e l'autonomia dell'ordine giudiziario, in mancanza delle quali ogni modello di legalità deperisce. 
L'emblema del conflitto tra politica e giurisdizione è la legge del 2005 sull'ordinamento giudiziario, voluta contro tutti, ispirata dalla velleità di un impossibile ritorno indietro, ad una magistratura stile anni '50, ordinata gerarchicamente e conformista, sottoposta attraverso il sistema disciplinare ad un pesante controllo da parte del potere esecutivo e condizionata da questo nella stessa interpretazione del diritto. 
Oggi, uscire dal conflitto significa affrontare i problemi della giustizia non più nell'ottica del braccio di ferro tra i poteri, ma in una nuova prospettiva di efficienza del sistema, dal punto di vista dei cittadini e di tutti gli utenti. 
L'efficienza del sistema giudiziario serve ad assicurare il diritto alla giustizia e ad attuare l'obiettivo costituzionale della ragionevole durata del processo. Di ogni processo. 
Noi abbiamo di fronte, signor Presidente, quattro grandi nodi: anzitutto i tempi della giustizia e le garanzie; in secondo luogo la necessità di una nuova codificazione del diritto penale; in terzo luogo nuove regole per i soggetti della giurisdizione: il che significa un ordinamento giudiziario conforme al disegno costituzionale, che sostituisca la legge Castelli, ed un nuovo statuto dell'avvocatura, ormai atteso da tempo; infine, dovremo agire per ricondurre le condizioni delle carceri italiane al precetto della Costituzione, secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono invece tendere alla rieducazione del condannato. 
Mi fermo qui soltanto su due punti che considero politicamente salienti e di particolare attualità. In primo luogo i soggetti della giurisdizione. 
Per quanto riguarda l'ordinamento giudiziario, voluto dal Ministro Castelli, in più parti contrastante con il disegno costituzionale, la mia valutazione, signor Presidente, è molto semplice. 
La legge di delega ha suscitato numerose critiche, anche nell'ambito della coalizione di centro-destra. Essa ha dato luogo a vari decreti delegati, dei quali per lo meno tre, oltre ad essere circondati da un dissenso pressoché unanime, sono destinati a produrre effetti negativi irreversibili, ed entrano rispettivamente in vigore il 18 giugno 2006, il 19 giugno 2006 e il 28 luglio 2006. 
Il primo dei tre decreti introduce una forte gerarchizzazione degli uffici di procura, in contraddizione con l'indipendenza dei magistrati e tale da generare una oggettiva spinta all'inefficienza degli uffici. 
Il secondo crea immediati effetti negativi sul sistema disciplinare. La combinazione tra obbligatorietà dell'azione disciplinare ed amplissima discrezionalità del Ministro può portare il sistema alla paralisi. 
Il terzo decreto pone anch'esso problemi gravi, difficilmente rimediabili. Rischia infatti di determinare il blocco della mobilità e l'impossibilità per il Consiglio Superiore della Magistratura di gestire i trasferimenti e le promozioni dei magistrati. 
Sono convinto che le materie disciplinate dalla legge Castelli richiedano un riesame ed una diversa regolamentazione. 
Non è azzardato giudicare dannosa questa legge e proporsi di sostituire con nuove regole una normativa che ha dato luogo a quattro scioperi di magistrati, che non ha ricevuto consensi dagli avvocati, che è stata criticata dalla cultura giuridica, che è stata rinviata dal Presidente della Repubblica alle Camere, marginalmente ritoccata dalla maggioranza di centro-destra, ed è stata considerata discutibile e in più punti sbagliata da esponenti di rilievo di quella stessa maggioranza (ricordo in proposito le posizioni di Vietti e di Alemanno). 
È necessario un decreto-legge per sospendere l'efficacia di questi decreti delegati e dare la possibilità al Parlamento di varare una nuova legge sull'ordinamento giudiziario. Abbiamo anche bisogno di un nuovo statuto per la professione forense che muova da una premessa: la professione dell'avvocato è tramite essenziale per l'affermazione del diritto costituzionale dei singoli alla giustizia. C'è una funzione essenziale e nuova degli ordini professionali, che dobbiamo rendere possibile attraverso una riforma di queste strutture pubblicistiche. (Richiami del Presidente). 
Signor Presidente, ancora soltanto una parola. Questi interventi urgenti - tra i quali deve esserci l'azzeramento e la riforma radicale delle norme della legge ex Cirielli, norme sbagliate ed ingiuste - devono accompagnarsi ad un impegno più generale anzitutto sul terreno della organizzazione, proprio per la ragionevole durata dei processi. Perché si è bloccata l'informatizzazione degli uffici giudiziari? Perché, nei mesi scorsi, si sono fermati i computer? Noi dobbiamo agire sull'organizzazione per dare respiro all'esercizio della giurisdizione. Non ci sono diritti, non c'è tutela dei diritti dei cittadini senza l'efficienza del sistema giudiziario, e noi dobbiamo creare tale efficienza, attraverso il confronto e le scelte da assumere in Parlamento, senza una preconcetta contrapposizione tra chi è maggioranza e chi è opposizione e non rinunciando allo sforzo di individuare soluzioni quanto più possibile condivise. (Applausi dai Gruppi Ulivo, RC-SE e IU-Verdi-Com)
  
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mantovano. Ne ha facoltà. 
*MANTOVANO (AN). Signor Presidente del Consiglio, il 18 novembre 2003 il cardinale Camillo Ruini, nella Basilica di San Paolo a Roma, in occasione dei funerali dei nostri caduti a Nasiriya, così parlava a proposito dei terroristi responsabili dell'eccidio: "Non fuggiremo davanti a loro, anzi li fronteggeremo con tutto il coraggio, l'energia e la determinazione di cui siamo capaci, ma non li odieremo, anzi non ci stancheremo di sforzarci di far capire loro che tutto l'impegno dell'Italia, compreso il suo coinvolgimento militare, è orientato a salvaguardare e promuovere una convivenza umana in cui ci sia spazio e dignità per ogni popolo, cultura e religione". Qualche istante prima il Vicario di Roma aveva definito nobile e grande missione la nostra presenza in Iraq e in altri Paesi.  
Ricordo queste parole perché sono coincise con uno dei momenti di reale unità nazionale vissuti negli ultimi anni. La tragedia di Nasiriya ha fatto sorgere dal cuore del nostro popolo - riprendo ancora le parole del cardinale Ruini - la sua "profonda unità" e "la consapevolezza del suo comune destino". Tutti siamo stati testimoni di questa profonda unità. È sufficiente ricordare le file durate giorni davanti all'Altare della Patria per rendere omaggio ai nostri caduti.  
Le parole del Cardinale, signor Presidente del Consiglio, vengono alla mente a margine dei termini che ella ha adoperato per qualificare la nostra missione "partecipazione dell'Italia ad una guerra" e "occupazione del Paese iracheno". Adoperando queste espressioni ella ha gravemente contraddetto l'augurio che aveva formulato qualche minuto prima nel suo discorso quando, alla luce anche del risultato delle ultime elezioni politiche, aveva esortato a non acuire le divisioni e a non considerare divisioni le legittime distinzioni tra l'uno e l'altro schieramento. L'ha contraddetto, perché ha negato la natura unificante, confermata dai fatti, di uno dei gesti più nobili e impegnativi che la nostra Patria (la nostra Patria, signor Presidente, non il nostro Paese, come lei dice) ha compiuto negli ultimi anni: la lotta al terrorismo e in questo quadro la missione in Iraq. 
Le espressioni del Presidente del Consiglio sono tecnicamente dissennate. Lo sono per ragioni di diritto: è sufficiente scorrere le varie risoluzioni ONU che giustificano la nostra presenza in Iraq. Lo sono per ragioni di fatto: tutti sono testimoni del contributo da noi offerto alla ricostruzione materiale e della vita democratica in quel contesto. Sono dissennate per le conseguenze che possono provocare: perché se i nostri militari impegnati a Nasiriya lo sono in una guerra di occupazione chi mette le bombe sul loro cammino non è un terrorista, come le Convenzioni internazionali impongono di qualificare le aggressioni a militari impegnati in missioni di pace, ma un guerrigliero o un resistente, come è stato affermato in qualche recente decisione giudiziaria che condivide la sua stessa dissennatezza. 
Ella non si spiega quale differenza c'è tra il suo proposito di ritiro dall'Iraq nei tempi tecnici necessari per realizzarlo, e il piano di rientro del precedente Governo di centro-destra, e ha chiesto che qualcuno gliela illustri. Non ho l'ambizione di dare spiegazioni ad un Presidente del Consiglio ma faccio un tentativo. Se nella sua prospettiva lo scenario è quello di una guerra di occupazione, per lei andarsene è una necessità ideologica: significa fuggire da un contesto intrinsecamente negativo. Se nella nostra prospettiva il contesto è quello di una missione di pace, il nostro disimpegno dovrebbe essere graduale e proporzionato al buon esito dello sforzo di ricostruzione e di intesa con i partner della coalizione e, soprattutto, con le autorità di Governo irachene centrali e del territorio, democraticamente elette, che ci chiedono con insistenza di non abbandonarlo subito. Questa è la differenza. 
Alla stregua di tutto ciò, signor Presidente del Consiglio, noi dubitiamo della capacità del nuovo Governo di continuare la lotta al terrorismo. Vuole smentirci? Lei ha richiamato più volte l'Europa nel suo discorso. Ebbene, nella sua Europa, diversa da quella che noi abbiamo in mente, accade che una donna di origini somale (mi riferisco a questa donna nell'ambito di un dibattito surreale e stucchevole sulla presenza femminile in Parlamento e nel Governo), Ayaan Hirsi Ali, deputata al Parlamento olandese, si veda revocata la cittadinanza olandese perché nel 1992 aveva fornito false generalità per entrare in Europa; lo aveva fatto per sfuggire a persecuzione etnica e religiosa, ma questo non conta. Questa donna, in questa Europa, è costretta a rifugiarsi negli Stati Uniti per vivere libera. 
Adotti, signor Presidente, tra i primi atti del suo Governo un'iniziativa forte in sede europea che impedisca questo scandalo e ridia onore al nostro Continente. Non si renda meritevole del monito di Winston Churchill 70 anni dopo: "Avete sacrificato l'onore per avere la pace, e avrete insieme il disonore e la guerra". (Applausi dai Gruppi AN e FI. Congratulazioni)
  
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ghigo. Ne ha facoltà. 
GHIGO (FI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, il dibattito per la fiducia al nuovo Governo costituisce indubbiamente uno dei momenti più alti e significativi del sistema politico-parlamentare basato, appunto, sullo stretto legame fiduciario che unisce la rappresentanza elettiva dei cittadini al supremo organo esecutivo. Rilevanza che ritengo amplificata per il fatto che il Governo presieduto dall'onorevole Romano Prodi si presenta al voto di fiducia dopo una campagna elettorale che ha certificato un sostanziale equilibrio tra le due coalizioni che si sono contese il consenso popolare, e proprio nel ramo del Parlamento - il Senato - dove questo equilibrio manifesta la propria più diretta conseguenza con il bilanciamento della rappresentanza. 
Nel dibattito successivo alla campagna elettorale, l'analisi dell'andamento del voto non ha trascurato di rilevare, sia nel centro-sinistra che nel centro-destra, il fatto, a mio avviso assai significativo, di una prevalenza, a tratti più marcata, in altri casi meno netta ma comunque evidente, della Casa delle Libertà nelle Regioni italiane del Nord. C'è chi ha identificato quest'area territoriale, riconosciuta nelle Regioni Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Lombardia, Piemonte, in un asse Est-Ovest che in pratica coincide con il Corridoio 5 delle reti transeuropee di collegamento. 
E' proprio questo il tema prioritario che intendo sottoporre oggi all'attenzione del Presidente del Consiglio: un chiaro segnale che, nel momento dell'insediamento del nuovo Esecutivo, dovrebbe venire nel senso dell'impegno, della determinazione, della ferma volontà di procedere alla realizzazione del Corridoio 5, sollecitando l'Unione Europea a garantire il proprio cofinanziamento, soprattutto in relazione agli oneri di realizzazione dell'Alta velocità nella tratta Torino-Lione, con il previsto tunnel di oltre 50 chilometri sotto le Alpi. 
Con ciò non ritengo di effettuare una rivendicazione di tipo regionalistico, perché la direttrice Est-Ovest costituisce un elemento strategico per l'Europa, che consente di collegare i Paesi del Mediterraneo con l'Europa centrale e orientale, e strategico per l'Italia, perché il Corridoio 5 rappresenta, insieme alla direttrice Genova-Rotterdam, il canale attraverso cui il nostro Paese viene innervato nelle comunicazioni continentali.  
Aver mantenuto aperta questa prospettiva, peraltro sulla linea degli Esecutivi che l'anno preceduto, è uno dei grandi meriti del Governo Berlusconi che ha sostenuto la scelta del tracciato a sud delle Alpi, difendendo il Corridoio 5 dalle pretese degli ambienti politici e sociali della Francia del Nord e della Germania meridionale, che spingevano e ancora insistono per un'alternativa più settentrionale che passi sul loro territorio.  
Gli avversari europei del Corridoio 5 fanno leva sui ritardi, sulle incertezze e sulla presunta, a volte purtroppo anche un po' vera, inaffidabilità del nostro Paese. Credo che questo dibattito, signor Presidente, potrebbe essere l'occasione ideale per dimostrare il contrario. In campagna elettorale, l'Unione non ha mai chiarito fino in fondo le proprie scelte sulla TAV. Nel programma ufficiale della coalizione, il Corridoio 5 non è citato e i partiti della sinistra, contrari all'opera, si sono richiamati proprio a questa esclusione, facendo propaganda anti-TAV nelle aree attraversate dal tracciato. 
Ora è il momento di sgombrare il campo da ogni equivoco. Quello che finora è stato affidato alle cronache giornalistiche venga ufficializzato in una sede istituzionale prestigiosa come il Senato e in un'occasione solenne come l'insediamento del nuovo Governo. 
Impegnandosi per la TAV, il nuovo Governo farebbe un primo significativo passo per dimostrare con i fatti, e non solo con le facili parole, che vuole farsi davvero interprete anche dei problemi e delle esigenze di coloro che non l'hanno votato, ma che rappresentano i settori più vitali della nostra economia. 
A questo riguardo, voglio lanciare un appello, all'avvio della legislatura, per una "lobby pro-TAV" costituita dai parlamentari e dalle istituzioni locali di tutto il Nord Italia che condividono il progetto. Con la consapevolezza che quest'azione interpreta l'opinione della stragrande maggioranza della popolazione piemontese e delle altre Regioni interessate dall'asse del Corridoio 5, come hanno dimostrato i risultati delle elezioni di aprile, in cui neppure nei centri della Bassa Val di Susa le forze politiche contrarie alla TAV sono andate oltre il 35-40 per cento dei voti. 
Dobbiamo dunque dare voce alla maggioranza, finora silenziosa, che la TAV la vuole. E' un servizio che facciamo nell'interesse di tutto il Paese. (Applausi dal Gruppo FI e del senatore Valditara). 
Signor Presidente, visto che il tempo a mia disposizione sta per scadere, le chiedo di poter allegare agli atti la restante parte del mio intervento. 
  
PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso. 
È iscritto a parlare il senatore Cabras. Ne ha facoltà. 
CABRAS (Ulivo). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, penso che questa legislatura assegni al Senato, come in poche altre occasioni della storia repubblicana è capitato, una funzione centrale e decisiva per lo sviluppo e per il corso della situazione politica. Infatti, la caratteristica più evidente, tra le altre, della contraddittorietà e dell'inadeguatezza della legge elettorale in vigore ci trasmette in questa Camera la parte più controversa dell'esito del voto del 9 aprile.  
Trova quindi una rappresentazione efficace in questa Camera l'insieme delle critiche che noi abbiamo rivolto (noi del centro-sinistra) durante il dibattito che si è sviluppato nei due rami del Parlamento in preparazione della legge elettorale, quando abbiamo con forza sostenuto che quella legge non avrebbe con certezza garantito una stabilità e una maggioranza politica.  
Ora ciò si realizza nelle difficoltà numeriche che la maggioranza registra in questa Camera, e quindi le difficoltà numeriche della maggioranza diventano una forza numerica dell'opposizione. C'è qui quindi una situazione di responsabilità per noi (noi senatori e senatrici), pur in un sistema bicamerale perfetto come quello che regola la nostra democrazia, una responsabilità un po' superiore a quella che sta in capo ai nostri colleghi della Camera.  
Rovesciamo pertanto uno schema. Si dice sempre che siamo in un sistema bicamerale perfetto, ma la vera Camera politica è la Camera dei deputati; questa volta la situazione contingente assegna una centralità politica al Senato per questi elementi che sto sottolineando.  
Allora ho colto nella parte principale, nell'apertura delle sue dichiarazioni un aspetto che considero strettamente collegato a questo, e che vorrei richiamare.  
Mi riferisco a quando lei ha affermato, signor Presidente del Consiglio, che "distinzione" può non essere "divisione", e che la politica deve adoperarsi affinché non si tratti mai di divisione. Anzi favorisca un rapporto, una collaborazione anche nei momenti di più aspro conflitto nella dialettica tra maggioranza e opposizione. Ora, questo è un punto sul quale misuriamo la maturità del nostro bipolarismo - della quale ci lamentiamo sempre - ma siamo tutti impegnati a realizzare l'approdo a tale maturità. Questa può essere la legislatura nella quale sviluppiamo tutto ciò, tenendo presente i punti di condivisione, indicati nelle dichiarazioni del Presidente del Consiglio.  
Alcuni di questi punti sono molto importanti: penso, ad esempio, all'Europa, alla lotta al terrorismo, alle tradizionali alleanze internazionali. Occorre però tener presente anche quelli di più aspra conflittualità: primo fra tutti la riforma della Costituzione, varata nella scorsa legislatura con le modalità a tutti note, e che attende un referendum tra poche settimane, nel quale la nostra battaglia affinché vinca il «no» non può tuttavia non mettere in evidenza che se il no prevarrà, da lì bisognerà riprendere il filo del dialogo che affronti il secondo punto importante della situazione politica.  
Mi riferisco al tema delle relazioni normali - sottolineo la parola "normali"- tra centro-destra e centro-sinistra che finora non siamo riusciti a realizzare nel corso delle legislature che hanno seguito l'affermarsi dello schema dell'alternanza in questo Paese (che è mancata - come è noto - per circa cinquant'anni). 
Accanto ai temi propri della politica del Governo, sui quali sono inevitabili lo scontro e la dialettica, dobbiamo sviluppare un'iniziativa politica. Le dichiarazioni del Presidente del Consiglio sull'impegno del Governo in questa direzione ci aiutano a favorire questo processo.  
Ci abbiamo provato già una volta seriamente durante la legislatura 1996-2001, quando abbiamo dato vita alla Bicamerale. Sappiamo quale sia stata la conclusione di quell'esperienza. Tuttavia, la sua conclusione negativa non cancella l'esigenza di ripartire dallo spirito, dal senso e dalla qualità delle relazioni che avevano animato i rapporti tra centro-destra e centro-sinistra e che avevano dato vita a quella esperienza. 
Occorre quindi ripartire da quell'esperienza nella quale ci siamo divisi, tenendo conto del fatto che avremo necessariamente, durante l'attività del nuovo Governo, basato su una nuova maggioranza, la volontà e l'obiettivo di cambiare le cose. L'alternanza e il bipolarismo producono inevitabilmente un ricambio nella direzione e nella politica e noi ci prepariamo a cambiare. Ci prepariamo a cambiare in campo economico (politica fiscale, Mezzogiorno, infrastrutture), nelle istituzioni (mi riferisco al rapporto tra Stato, Regioni, Comuni e Province, di qualità profondamente diversa da quello che ha caratterizzato la legislatura appena conclusa) ed in parte nelle relazioni internazionali. Penso - come è stato ricordato - all'Europa e, soprattutto, al tema del multilateralismo.  
A fianco a tutti questi elementi di cambiamento, attorno ai quali si svilupperà una dialettica anche aspra tra maggioranza e opposizione, dobbiamo tenere aperto un altro terreno di confronto e di condivisione sui punti fondamentali, che apra una fase nuova, riprenda là dove ci siamo lasciati in quella maniera negativa che ho cercato di ricordare. La nostra battaglia per il «no» al referendum, infatti, è una battaglia non di conservazione, ma è una battaglia contro una riforma che, anziché aggiornare e rendere più moderna ed al passo con i tempi la nostra Costituzione, le nostre regole, tende al contrario ad affermare un principio che stravolge alcuni punti fondamentali della forma dello Stato, della forma di Governo, e disegna un federalismo fiscale che non risponde alla fotografia reale della situazione nel Paese.  
Tale riforma, quindi, oltre a non risolvere in modo adeguato i problemi che sono stati posti dalle novità emerse nel corso degli ultimi anni Novanta e nei primi anni del nuovo secolo, ha un altro grande difetto politico: afferma un principio pericolosissimo, quello per cui la Costituzione ed i suoi cambiamenti possono essere trattati come un ordinario - sottolineo «ordinario» il termine programma di Governo, per cui basterebbe una semplice maggioranza per cambiare in modo radicale, come è stato proposto nella passata legislatura, la Costituzione.  
Si tratta di un principio che non condividiamo: abbiamo addirittura avanzato tra le proposte di riforma l'esigenza che debba essere prevista una maggioranza più forte di quella attualmente in vigore per cambiare la Costituzione. Per questo, dopo il referendum, occorre ripartire senza rassegnarsi all'ineluttabilità della divisione permanente. Si pensi solo per un momento alla legge elettorale, come ho detto prima, e alla necessità di cambiarla anche alla luce dell'esperienza: tutto ciò potrà essere certamente fatto, ma non in un rapporto tra maggioranza e opposizione come quello che abbiamo registrato. 
Avviandomi alla conclusione, sempre richiamando le parole, le dichiarazioni del presidente Prodi, vorrei sottolineare un aspetto: egli ha parlato di concordia, ci ha detto che gli italiani hanno bisogno di concordia. Ebbene, se la politica vuole tradurre in pratica questo sentimento che è presente tra gli italiani deve farlo, a mio avviso, individuando nella sua azione, nei rapporti tra maggioranza e opposizione, un tessuto di fondo, fatto di valori, di capitoli di un programma che possiamo definire come programma fondamentale. Questo tessuto deve avere una trama robusta quanto basta a reggere il peso delle azioni che derivano dal confronto, frutto delle distinzioni, ma deve essere un tessuto che non strappi: questo è il punto e l'obiettivo che ci dobbiamo proporre. 
Le sue dichiarazioni, presidente Prodi, sono animate da questo spirito di fondo. Per questo sono importanti e noi le sosterremo, anche incalzando, se necessario, l'azione del Governo perché non rinunci a perseguire tale obiettivo strategico affinché il Paese in questo modo possa superare di slancio l'attuale momento di difficoltà. (Applausi dal Gruppo Ulivo e del senatore Montalbano)
  
PRESIDENTE. Debbo scusarmi con i colleghi se sarò, nel prosieguo di questa Presidenza, un po' fiscale, ma il fatto che successivamente, con l'intervento in replica del Presidente del Consiglio, avremo la diretta televisiva fa sì che siamo molto costretti nei tempi. Chiedo quindi anche alle colleghe e ai colleghi che interverranno un certo rigore. 
È iscritta a parlare la senatrice Thaler Ausserhofer. Ne ha facoltà. 
THALER AUSSERHOFER (Misto-Aut). Onorevole Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghe e colleghi, dal voto del 9 e 10 aprile scorso lei, signor Presidente, è uscito vincitore e da oggi sarà al timone di una barca che navigherà in un mare in tempesta, pieno di insidie: confidiamo nella sua capacità di governo per uscire dalla tempesta. 
Il compito che l'aspetta è certamente molto impegnativo e richiede un grande sforzo per lei e per la maggioranza che qui in Senato dovrà affrontare momenti particolarmente difficili, ma soprattutto richiederà un grande sforzo per il Paese. 
Il programma di Governo che ha illustrato, signor Presidente, è serio, ma molto, molto impegnativo ed articolato e contiene argomenti abbastanza delicati. Dobbiamo metterci tutti al lavoro per avviare una serie di riforme strutturali indispensabili per il futuro del Paese e per una reale crescita economica.  
Seguendo l'invito del signor Presidente, chiedo di poter depositare il mio intervento scritto, perché ho pochissimo tempo a disposizione; vorrei però riassumere brevemente in questa sede gli argomenti in esso trattati. 
Ho innanzi tutto affrontato la questione della competitività delle imprese, per incentivare la crescita dell'economia e per garantire i posti di lavoro. Occorre intervenire sul costo del lavoro, sull'imposizione fiscale (ho fatto nel mio intervento anche l'esempio della vicina Austria e della Slovenia), sulla spesa pubblica e sul costo dell'energia e della spesa sanitaria: sono solo alcuni elementi molto critici.  
Occorre creare le condizioni per attirare gli investitori esteri. È necessario investire nella ricerca e nell'innovazione in quei settori che possono crescere anche in campo internazionale. 
È poi necessario investire nella formazione professionale e nella specializzazione dei nostri giovani, anche per aprire a nuove attività innovative e frenare l'esodo dei giovani promettenti.  
Va poi trattato seriamente il tema della famiglia, puntando fortemente alla famiglia nella sua forma tradizionale, con particolare riguardo ai figli, per garantire loro un ambiente sano e solidi punti di riferimento. La grande considerazione che nutro per la famiglia tradizionale mi fa essere contraria - come lei, signor Presidente, sa - all'adozione di formule quali quella dei cosiddetti PACS. 
Mi soffermo brevemente nel mio intervento anche su un argomento che ha fatto molto discutere e di cui ancora molto si discute: l'imposta di successione. Nella legislatura che si è conclusa abbiamo approvato l'abolizione di tale imposta in linea diretta, e questa scelta l'ho appoggiata con convinzione. Non condivido, e sono quindi nettamente contraria, una qualsiasi ipotesi volta ad una sua reintroduzione. 
C'è poi il problema della presenza femminile nelle istituzioni; mi aspetto da lei, signor Presidente del Consiglio, e dal suo Governo un'apertura seria per contrastare gli atteggiamenti di chiusura che finora hanno rigorosamente filtrato tali presenze. 
Arrivo ora, signor Presidente, e poi concludo, ad una questione che mi sta molto a cuore: quella delle minoranze linguistiche e delle autonomie speciali presenti nel Paese, in modo particolare l'autonomia speciale della mia Provincia, il Südtirol, con le sue minoranze linguistiche, tedesca e ladina, che rappresento in questo Parlamento.  
Nel suo intervento, non mi è parso di sentire alcun riferimento a queste realtà e non le nego il mio dispiacere. Sono comunque convinta che si tratti di una semplice svista e che non mancherà di riservare loro in questa legislatura la giusta attenzione. Nel Governo da lei presieduto nel 1996, abbiamo toccato con mano il suo impegno a favore delle minoranze linguistiche e dello sviluppo della nostra autonomia in senso dinamico. Purtroppo, il Governo che l'ha preceduta non ha, al contrario, dimostrato altrettanta sensibilità e la Commissione paritetica in cinque anni non ha prodotto significativi documenti in tal senso. Ci aspettiamo e confidiamo di riavviare il processo di sviluppo ed evoluzione dinamica dell'autonomia, incrementando il passaggio di competenze e responsabilità alle Regioni, alle Province e agli enti locali. 
Con la certezza che la sua attenzione e il suo impegno non verranno meno, auguro a lei e al suo Governo un proficuo lavoro. (Applausi dai Gruppi Aut e Ulivo).  
  
PRESIDENTE. La Presidenza la autorizza a consegnare il testo del suo intervento.  
È iscritto a parlare il senatore Saro. Ne ha facoltà. 
SARO (Misto-MA). Signor Presidente, colleghi, abbiamo assistito ieri alla presentazione del programma del suo Governo. La maggioranza che regge il suo Governo è stata costituita con un unico obiettivo ed un unico elemento aggregante: l'antiberlusconismo. Potremmo definire la sua maggioranza un novello Comitato di liberazione nazionale, non dal fascismo, bensì da Berlusconi. Mai tante forze così diverse ed eterogenee sono scese in campo nel nostro Paese per abbattere qualcuno. Forse c'è un unico altro caso, quello relativo alla vicenda Craxi. 
Lei, signor Presidente del Consiglio, è stato sostenuto da grandi banchieri, giornali, sindacati, grandi imprese e settori importanti della magistratura. Avete tecnicamente vinto, in modo molto limitato, soprattutto al Senato, e mi auguro che la necessaria verifica in sede di Giunta per le elezioni possa dipanare ogni dubbio sul reale risultato elettorale.  
La vittoria che avete ottenuto non è stata ampia come ritenevate. Berlusconi con la sua coalizione ha dimostrato di rappresentare il 50 per cento del Paese, non è stato distrutto.  
Lei ieri, dopo aver impostato la campagna elettorale sulla drammatica divisione del Paese provocata da Berlusconi, ha cambiato tono, come si addice ad un furbo curato di campagna, come lei talvolta ama definirsi, che cerca di riportare all'ovile le pecorelle smarrite. Improvvisamente non c'è più la divisione, ma la distinzione, non ci sono più nemici, non c'è più un Paese da pacificare: ci sono solo italiani che amano l'Italia.  
Dopo la lottizzazione delle istituzioni di garanzia fra i tre partiti maggiori dell'Unione, dopo la formazione del Governo sulla base del metodo Cencelli (un po' taroccato nel senso che, comunque, le forze minori sono state penalizzate, come ha dimostrato la stampa di ieri), dopo la sua risposta arrogante alla proposta di dialogo avanzata da Berlusconi subito dopo l'esito elettorale, non vi sono, credo, oggi, le condizioni di ripresa di un reale dialogo tra le due coalizioni.  
Il programma del suo Governo, condizionato dalla preminente cultura catto-comunista e conservatrice che la pervade, è in completa antitesi con il programma e le attese del blocco sociale che è stato rappresentato da Berlusconi. Ad ascoltare gli interventi di ieri delle forze politiche che la sostengono, soprattutto della sinistra alternativa - non ho sentito molte voci della parte riformista del centro-sinistra - mi sono venuti i brividi: mi è sembrato di ritornare agli anni Sessanta e Settanta, al passato. Ho sentito parlare di nuovo ruolo dello Stato nell'economia, di redistribuzione del reddito che non c'è, di diritti e mai di doveri, di terzomondismo, di un nuovo modello di sviluppo e, soprattutto, da parte sua, della necessità di una nuova etica, di una nuova morale che gli italiani dovrebbero perseguire per sollevare il Paese.  
Sappiamo che fine hanno fatto in questo mondo gli Stati che hanno voluto fondarsi sull'etica, ma in Italia fare ragionamenti sull'etica e sulla nuova morale significa assumere il principio della doppia morale: predicare bene e razzolare male. Un esempio: ieri lei ha parlato di ridurre le scorte e nel contempo fa dimettere i parlamentari che ricoprono l'incarico di Ministri e Sottosegretari, con un costo molto superiore alla diminuzione delle scorte.  
Noi rappresentiamo la parte più dinamica del nostro Paese, tra cui il Nord, i ceti più dinamici e creativi. Il berlusconismo, come voi lo definite, non è un incidente della storia da rimuovere. Il blocco sociale che noi rappresentiamo non vuole uno Stato che si occupi di tutto: il nostro obiettivo, signor Presidente del Consiglio, è far scoppiare tutte le contraddizioni del suo Governo e metterlo in crisi. Solo dopo si potrà aprire una nuova fase politica e si potrà anche riflettere sui limiti del bipolarismo all'italiana che consente forse di vincere, ma non di governare. (Applausi dal Gruppo FI). 
  
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pirovano. Ne ha facoltà. 
PIROVANO (LNP). Signor Presidente del Senato, signor Presidente del Consiglio, membri del Governo e colleghi senatori, ho ascoltato nel torpore il suo discorso di insediamento, nell'identico torpore che si provava leggendo le centinaia di pagine del programma elettorale dell'Unione. Da entrambi emerge un'eccelsa capacità di dire senza dire, di utilizzare la sintassi per costruire frasi complesse e impossibili da tradurre in fatti concreti, ma sicuramente e opportunamente condivisibili da tutte le componenti politiche senza urtarne la suscettibilità.  
In questa maggioranza sono inseriti spezzoni della società che solo alcuni anni fa si inquadravano nel termine di «extraparlamentari».  
I valori umani e religiosi sono stati annegati dall'opportunismo di acquisire consensi anche dalle frange estreme di una società che sempre più velocemente abbandona i principi fondanti dei tanti popoli che costituiscono questa Repubblica. Capi carismatici di movimenti popolari che si svendono per la visibilità di uno scranno presidenziale, integralisti integrati nel sistema.  
La politica non può essere semplicemente tutto questo. La politica ha un senso se migliora la vita dei cittadini.  
L'unica dote che emerge dal suo intervento è la capacità di mediazione per tenere raggruppate tutte le eterogenee realtà che costituiscono, per ora, la sua maggioranza. 
Signor Presidente del Consiglio, siamo in trepidante attesa di vedere completamente realizzate tutte le sue promesse relative ai primi cento giorni del suo Governo. La famiglia tradizionale è superata e la restaurazione del Papa è sbagliata: queste le affermazioni dell'attuale Presidente della Camera dei deputati. 
Noi tutti in quest'Aula, spero proprio tutti, veniamo da una famiglia tradizionale e quindi siamo superati, fuori dalla realtà che questo Governo persegue volendo concedere i diritti che derivano dal matrimonio a tutti, indipendentemente dal sesso. 
Non vi sarà più alcuna distinzione fra immigrati clandestini e immigrati regolari; tutti avranno un permesso di soggiorno anche soltanto per cercare un lavoro.  
La riforma della Costituzione vorreste cancellarla in nome dell'intangibilità, ignorando che fu scritta da uomini e che altri uomini la possono modificare. 
Le forze dell'ordine oggi devono proteggere alcuni vostri parlamentari che sino a ieri scagliavano contro gli uomini in divisa bulloni e cubetti di porfido e, intruppati, distruggevano le città. I nostri aerei militari che bombardavano la Jugoslavia sono evidentemente una favola perché oggi si vuol far credere che in Iraq abbiamo partecipato ad una guerra, la guerra del Kosovo, scatenata preventivamente alla discussione nei due rami del Parlamento non è mai esistita.  
Le grandi infrastrutture, indispensabili non al progresso, ma a riportarci quasi alla pari con gli altri Stati europei, dipendono dalle decisioni di chi le ha sempre contrastate per tutti i cinque anni della passata legislatura e che nel corso di tutta la carriera politica non ha mai prodotto neppure un cono di gelato per la gente che, sbagliando, li ha eletti. 
Non riesco a capire come i giovani possano ricevere stimoli di vitalità e di entusiasmo per il loro futuro se per caso hanno seguito il suo discorso di ieri in diretta televisiva e vista anche l'espressione dei membri del suo Governo. 
Non sembrava l'entusiastico inizio di una nuova baldanzosa legislatura, ma l'evidente preoccupazione per il futuro faceva sembrare che si stesse discutendo di una sfiducia al Governo.  
Dalla dislocazione geografica dei Ministri e Sottosegretari, oltre ad emergere l'evidente pagamento di una cambiale a breve termine per un'alleanza con una lista taroccata che vi ha consentito di vincere per una manciata di voti, risulta anche evidente la penalizzazione del Nord che da sempre produce e paga il sostentamento di questa Nazione. 
La gente del Nord non vi perdonerà questa grave offesa e userà come prima arma di rivincita il sì al referendum confermativo alla riforma federale della Costituzione. 
Noi della Lega Nord, ci conoscete già, vi inchioderemo su queste comode poltrone di velluto per giorni, settimane e mesi perché il suo Governo, signor Presidente del Consiglio, non durerà più di alcuni mesi. 
Il suo successore, ieri, era stranamente seduto alla sua sinistra, ma non si faccia illusioni perché tutto è già scritto. (Applausi dai Gruppi LNP, FI e AN). 
  
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D'Onofrio. Ne ha facoltà. 
*D'ONOFRIO (UDC). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente del Senato, il Gruppo dell'UDC è intervenuto in questa discussione generale con molti, e ritengo - mi auguro non soltanto io - interventi molto rilevanti, da quello dell'amico Baccini a quello di Ciccanti, da quello della collega Monacelli a quelli dei colleghi Eufemi e Marconi, e terminerà con la dichiarazione di voto del collega Buttiglione. Non sarò infatti io a svolgere la dichiarazione di voto, ma ora mi soffermerò su due questioni che mi sembrano particolarmente significative, una di ordine politico generale, l'altra di ordine politico immediato.  
Per quanto riguarda la questione di ordine politico generale, credo che il Governo in carica sia la conseguenza del tentativo, tuttora in atto da parte del gruppo diessino, di rappresentare, all'interno di questa coalizione ancora da costruire, un punto di riferimento che aspira alla centralità o, per usare un termine d'antica cultura gramsciana, all'egemonia.  
Dobbiamo cercare di capire non soltanto che il Governo si è composto secondo il manuale Cencelli classico, cosa che non mi sconvolge più di tanto - mi viene solo da ridere quando ricordo le critiche che da sinistra si facevano all'uso del Cencelli in passato - ma si è soprattutto in presenza del fatto che andrebbe indagato fino in fondo che il partito dei diessini ha vissuto e vive questa vicenda con una sua specifica tentazione egemonica, che ha testimoniato con la vicenda D'Alema alla Camera, con la vicenda D'Alema al Quirinale, con la questione delle vicepresidenze di questo Governo, col numero dei Ministri diessini e soprattutto con quelli che, secondo la logica antica, sarebbero da considerare i commissari del popolo nei confronti di Ministri di altro schieramento; e noi saremo molto attenti a capire fino a che punto essi condizionano i Ministri di altro schieramento o sono a loro volta parte di una composizione nuova.  
Questa è la questione del partito democratico: è un partito che deve realizzare la tentazione egemonica dei diessini. Ecco perché - io ritengo - il Segretario del partito diessino Fassino non è in questo Governo: tende ad affermare un primato politico nella costruzione dell'alleanza che dovrebbe dar vita ad un Governo diverso da quello attuale.  
In questo senso si intende la precarietà del Governo Prodi; esso non è precario o temporaneo, come tutti Governi lo sono, ma lo è perché non è figlio di un equilibrio politico non ancora realizzato; è la traduzione in struttura governativa di una vicenda politica in corso ma non completata, tant'è vero che il presentare il Gruppo parlamentare unito dell'Ulivo alla Camera e al Senato è il tentativo di anticipare un fatto politico non avvenuto e che noi siamo molto curiosi di vedere se e come avverrà.  
Questa è la questione di fondo; questo Governo esprime la tentazione egemonica dei diessini e le resistenze delle altre forze politiche che si rifiutano di essere acquisite all'egemonia diessina. 
Anche l'ultimo lamento di stamattina dei colleghi dell'Italia dei Valori è da ascrivere a questo aspetto; do per scontato che essi daranno la fiducia al nuovo Governo: ci mancherebbe altro. Credo che la questione politica sia una questione di dissenso, forse più relativo ai trasporti che agli italiani all'estero, ma è una questione politica che indica la difficoltà dei partiti minori ad accettare una posizione che, dal punto di vista dei diessini, si considera il risultato del Governo.  
È ovvio che il partito diessino cerca di usare la Margherita come punto di equilibrio per rimanere centrale nello schieramento politico nazionale, in particolare rispetto a Rifondazione comunista, sulla politica estera, sulla politica economica, sulla politica scolastica. Ma una volta conquistata, cosa che non è ancora avvenuta, la centralità rispetto anche alla Margherita, gli altri partiti diventeranno briciole (l'Udeur, l'Italia dei Valori, i Comunisti Italiani); essi sono ovviamente accessori rispetto a questo problema che ancora non è risolto perché con essi non sono da instaurare rapporti politici, ma rapporti di puro potere: Sottosegretari, Vice ministri, Capi di Gabinetto, Presidenti di Commissioni parlamentari, cioè quello che nella storia democristiana ha rappresentato il rapporto con partiti non ritenuti soggetti politici, perché la DC riteneva dignitosi tutti i partiti con cui era alleata, dal piccolo partito liberale al grande Partito Socialista, prima di Nenni e poi di Craxi.  
Questo è il problema non risolto del movimento diessino in Italia; ecco perché il Governo Prodi è in qualche misura precario, ed ecco perché non ha dato un messaggio al Paese. Questo è il problema. Ecco perché ha fatto addormentare gli italiani con il suo discorso: ha ripetuto in modo molto più garbato i temi della campagna elettorale; tutti i temi sono stati riproposti. 
Noi ovviamente siamo contrari, attenderemo alla prova; in fondo il Presidente del Consiglio chiede, più che una fiducia, una delega in bianco; capisco che la sua maggioranza gliela accordi, anzi scongiuro i dissidenti della maggioranza di dare il consenso al Governo, perché il Governo nasce anche per loro, non so se potrà anche vivere con loro, ma questa è un'altra questione su cui saremo molto attenti. 
La seconda questione, che diventa determinante alla luce del tentativo egemonico dei diessini, riguarda la riforma costituzionale, signor Presidente.  
La riforma costituzionale approvata dal centro-destra non la considero intangibile di per sé. Una riforma che mette mano alla Costituzione è sempre oggettivamente qualcosa che può essere rivisto, ma la questione di fondo è: perché non vi è stato accordo? Perché il centro-sinistra ha fatto la sua riforma costituzionale nella precedente legislatura e non ha voluto in alcun modo concorrere a quella posta in essere dal centro-destra? Ripeto, non ha voluto concorrere, non è che noi siamo stati incapaci. Vi è stata, ancora, la tentazione di dire che la Costituzione è "cosa del CLN", è cosa dell'arco costituzionale e coloro che sono fuori dall'arco costituzionale non possono né discutere né fare una Costituzione, non sono legittimati a fare la Costituzione.  
La questione è molto grave e sarà oggetto del referendum popolare del prossimo giugno. La questione di fondo non è tanto se il procedimento legislativo va bene o va male, quanto la legittimità che noi riconosciamo al centro-destra ad essere anche soggetto costituente. È ovvio che vorremmo un'intesa più ampia sulle regole, ma prima occorre essere considerati soggetto legittimato. Tale riconoscimento non vi è stato in questo Parlamento nella precedente legislatura e su questo punto si incentrerà il dibattito sul referendum.  
Lo dico perché il Presidente del Consiglio sul referendum costituzionale ha usato una terminologia meno violenta di quella che abbiamo sentito aleggiare in quest'Aula contro la riforma costituzionale. Ha affermato però che la maggioranza è compatta nel dire "no". Lo credo bene. Infatti, se è compatta nel rivendicare a sé il diritto alla riforma della Costituzione, o comunque al consenso della riforma della Costituzione, evidentemente questa maggioranza è "togliattiana" nel senso pieno del termine; nega la legittimità dell'altra parte politica. Da questo punto di vista, la cultura politica dei diessini sarebbe ferma al 1947.  
Abbiamo lavorato per superare questa visione della politica italiana e siamo convinti di aver fatto bene soprattutto nell'interesse del Paese. Continueremo a farlo anche nel referendum di giugno, cercando di far capire che è in gioco la legittimità costituzionale di metà degli italiani. Tecnicamente, non è in gioco questa o quella parte della Costituzione, ma la possibilità di dire: possiamo anche noi occuparci di riforma costituzionale? Se i comunisti o i discendenti comunisti non lo vogliono, si può far questo, o no?  
Questo è il tema di cui abbiamo discusso in passato ed è la stessa questione che il Governo avrà di fronte a sé. Cercheremo di capire quali saranno le conseguenze del referendum per il Governo. Lo capiremo in seguito e ne parleremo a giugno. (Applausi dai Gruppi UDC e FI. Congratulazioni)
  
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Alberti Casellati. Ne ha facoltà. 
 
 
Presidenza del vice presidente BACCINI (ore 10,30) 
ALBERTI CASELLATI (FI). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, signori senatori, ho ascoltato con attenzione l'esposizione del programma di Governo, un Governo che lei ha presentato all'Italia come un'opportunità per mettere mano ai problemi del Paese; ma per un programma di queste dimensioni è necessario un forte e diffuso consenso politico.  
Oggi voi siete maggioranza formale, ma sostanzialmente minoranza nel Paese. Non rappresentate, quindi, né la proposta, né il programma degli elettori. È per questa consapevolezza che, con grande senso di responsabilità, il presidente Berlusconi aveva da subito richiesto la collaborazione di tutti per il bene del Paese. La vostra risposta è stata sprezzante. Non capisco, allora, a che cosa ella, signor Presidente del Consiglio, si sia riferito quando ha parlato di spirito di concordia, di spirito di collaborazione, di confronto democratico. Come al solito, sono solo parole.  
Appena ieri avete occupato tutte le cariche dello Stato senza tenere in alcun conto quella parte rilevante del nostro Paese che non si riconosce in voi. Non si può far nascere un Governo figlio di un'alchimia politica e di alleanze improvvisate. In effetti, i cosiddetti dibattiti politici, i cosiddetti confronti con le forze politiche di cui ella, signor Presidente, ha parlato si sono ridotti ad un'unica questione: la lottizzazione della politica, delle poltrone, un'occupazione di tutte le istituzioni. 
L'opinione della gente, che ho raccolto direttamente, manifesta un diffuso disorientamento ed una sostanziale incomprensione dell'attuale passaggio della nostra politica. La sensazione è che ci si troverà fra l'incudine di un Governo strenuamente attaccato al potere e il martello di una politica inerte, una politica che rischia di far scivolare l'Italia verso le paludi di conseguenze catastrofiche dal punto di vista economico, sociale ed istituzionale.  
Ella, Presidente, ha parlato di centralità della famiglia, ma a quale famiglia si riferiva? Ha invocato più volte il rispetto delle regole. Sono d'accordo, le regole sono il fondamento di ogni società civile, ma come immagina di combinare il principio di legalità e l'ordine pubblico con i disobbedienti, che costituiscono la non regola, che sono presenti nella vostra coalizione e che hanno scritto parte del vostro programma? 
Presidente, ella ha fatto riferimento ai rapporti Stato-Chiesa, li prevede l'articolo 7 della Costituzione, ma come si porranno in futuro questi rapporti, vista la pressante richiesta della Rosa nel Pugno di abrogazione del Concordato? Ed ancora, parla di ripresa economica ma il Veneto, che da sempre rappresenta un traino importante dell'economia, non è rappresentato dal suo Governo: una dimenticanza inaccettabile! 
Ha affermato poi che il Paese ha bisogno di una scossa etica, ma non ha indicato i valori di riferimento del suo programma. Lo capisco, non poteva farlo. Questa maggioranza è un coacervo disarticolato di forze politiche che nulla hanno in comune fra di loro, che sono ispirate a premesse ideologiche contrastanti e percorse da anime profondamente antitetiche, coagulate a fatica in un unicum solo dalla volontà di ottenere una vittoria delle elezioni politiche. Ma governare è un'altra cosa. 
La disunione dell'Unione è una realtà palpabile, così come è evidente la difficoltà del suo leader di essere l'elemento coagulante di queste cellule confliggenti. 
Signor Presidente, questo scenario non costituisce un'offesa soltanto per coloro che siedono in Parlamento, ma soprattutto per quei cittadini italiani, e sono la metà degli elettori e i numeri non mentono, che non si riconoscono nell'Unione. È evidente che questo Esecutivo così formato non potrà governare, perché prima di scontrarsi con l'opposizione dovrà superare le proprie pastoie interne, dovrà comporre le proprie interne contraddizioni e non sarà un'opera possibile; troppo diverse ed antinomiche sono… (Il microfono si disattiva automaticamente)
  
PRESIDENTE. Senatrice Alberti Casellati, il tempo a sua disposizione è scaduto. 
  
ALBERTI CASELLATI (FI). Se mi consente, signor Presidente, concludo in pochissimo tempo. 
  
PRESIDENTE. D'accordo, glielo consento. 
  
ALBERTI CASELLATI (FI). Come dicevo, troppo diverse ed antinomiche sono le forze che lo costituiscono. 
Noi di Forza Italia condurremo un'opposizione ferma e costruttiva, difendendo il mandato degli elettori; non saremo come voi nella passata legislatura solo "l'opposizione del numero legale". Con la vostra coalizione, vedo nel futuro dell'Italia la paralisi dell'ingovernabilità. Per questo non voterò la fiducia al Governo, perché sarebbe sostanzialmente un voto contro l'Italia. (Applausi dal Gruppo FI. Congratulazioni)
  
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Sodano. Ne ha facoltà. 
SODANO (RC-SE). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli rappresentanti del Governo, colleghi, voglio innanzitutto esprimere l'apprezzamento per l'illustrazione delle linee programmatiche e per l'atteggiamento di grande rispetto istituzionale che il presidente Prodi ha dimostrato con la sua presenza assidua al dibattito fin qui svolto. Un comportamento che mostra una sensibilità verso il Parlamento e rappresenta un primo segno tangibile di una inversione di tendenza rispetto al recente passato. 
Cinque anni di Governo e di politiche centro-destra hanno determinato una condizione di grave disagio sociale e una profonda lacerazione culturale nel nostro Paese: la violazione dell'articolo 11 della Costituzione e la guerra in Iraq sono pagine nere della nostra storia repubblicana che dobbiamo rapidamente superare.  
Il Governo Berlusconi lascia un'eredità pesante dal punto di vista sia sociale che economico e finanziario: i conti pubblici sono peggiorati e il Paese si ritrova in una condizione di grave crisi strutturale; in molti sistemi di punta il sistema produttivo è diventato marginale rispetto alla nuova dimensione internazionale della produzione e del lavoro.  
Negli anni passati non si è investito sulla innovazione dei prodotti, sulla capacità di costruire programmi di settore, di puntare sulla qualità delle produzioni e non sulla competitività basata sull'inseguimento della forza lavoro al prezzo più basso. Un vero disastro, che insieme al declino economico ha prodotto una condizione di sofferenza, di disagio, di vero e proprio impoverimento di massa, con un processo di precarizzazione del lavoro e, conseguentemente, della vita di milioni di persone, soprattutto delle giovani generazioni. Una gravissima crisi sociale, con un quadro preoccupante di straordinarie ingiustizie.  
Oltre quattro milioni di pensionati continuano a percepire pensioni inferiori a 500 euro al mese e la povertà tocca una famiglia su cinque. Con le politiche fiscali a favore dei grandi patrimoni e delle grandi ricchezze sono aumentate le disuguaglianze sociali, con milioni di lavoratori e pensionati costretti ai margini della società.  
Da qui dobbiamo ripartire, da una lettura dei bisogni reali delle donne e degli uomini del nostro Paese, dalla fotografia del disagio per dare risposte concrete sul terreno di un maggior potere di acquisto per salari, pensioni e redditi, in modo da garantire una vita dignitosa.  
Il tema del superamento della precarizzazione del lavoro e delle attuali leggi che la regolano sono tra le priorità dell'azione di Governo. Abbiamo avuto modo in questi anni e anche in campagna elettorale di verificare che è uno dei temi maggiormente avvertiti dalla nostra popolazione. Bisogna intervenire per fare in modo che le nuove generazioni, per la prima volta dal dopoguerra in poi, non vivano in una condizione sociale peggiore dei loro genitori. 
Il Presidente Prodi su questo tema ha pronunciato ieri parole importanti che ci incoraggiano sulla possibilità di un profondo cambiamento nell'attività di Governo. Il risanamento finanziario si farà con la lotta all'evasione e all'elusione fiscale e contributiva e alle rendite finanziarie, liberando risorse per ridurre le disuguaglianze sociali. Un grande processo riformatore, che ridisegna un rapporto nuovo tra società e politica, tra economia e ambiente, per valorizzare le risorse, i giacimenti culturali e in cui i beni comuni sono sottratti alla mera logica di mercato.  
Dobbiamo sforzarci di riscrivere le regole di uno sviluppo economico che rimettano in cammino il nostro Paese, ma che nel contempo sappia valorizzare le risorse umane, il diritto delle persone e i diritti dell'ambiente. È una sfida alta ma indispensabile per dare respiro ad un'azione di Governo all'interno di uno scenario internazionale in continua evoluzione.  
Alle politiche delle destre, che avevano fondato la propria azione su bassi livelli di retribuzione, di riduzione dei diritti e delle tutele e scarsa innovazione, noi rilanciamo investendo sulla qualità del lavoro, sulla innovazione dei prodotti, sulla valorizzazione dei patrimoni umani, culturali e ambientali.  
In questo quadro, si deve inserire anche la questione meridionale, completamente derubricata dall'agenda politica del Governo Berlusconi. Le strozzature allo sviluppo del Sud sono tutte ancora presenti, a partire dal deficit infrastrutturale, a cui si è risposto con un'opera inutile e dannosa come il ponte sullo Stretto; o ancora: le difficoltà di accesso al credito, le ridotte dimensioni aziendali, la presenza di tecnologie obsolete e la costante diffusione dell'economia criminale che soffoca l'economia legale. Occorre pensare per il Mezzogiorno ad un nuovo progetto con cui, a partire dalla difesa dei beni comuni, dalla riconversione energetica, dalla messa in sicurezza dei territori e dalla riqualificazione dei patrimoni storico-culturali, si possano creare convenienze e far vivere in uno spazio pubblico di intervento le possibilità di un effettivo rilancio per il Sud.  
Si tratta di costruire un modello capace di rappresentare le domande del Sud in un quadro economico, sociale e culturale unitario per l'Italia e per il bacino del Mediterraneo in un contesto di pace e di cooperazione.  
Torna, nell'azione di Governo, l'esigenza, per troppi anni accantonata, del primato della politica sull'economia e quindi della programmazione delle risorse, della priorità degli interventi e dei settori su cui investire. È su questi temi che bisogna recuperare un livello di partecipazione democratica e di condivisione delle scelte, evitando di entrare in rotta con le comunità locali, come è avvenuto negli anni scorsi, arrivando a imporre con la forza opere inutili, calate dall'alto ed estranee alle vocazioni territoriali. 
Mi rendo conto delle difficoltà enormi a cui dovremo far fronte per i disastri prodotti dal Governo uscente in tutti i settori di intervento, ma ritengo che sulla legislazione ambientale dobbiamo mettere mano con serietà e rigore per dare le risposte che i cittadini del nostro Paese si attendono.  
Signor Presidente, le destre ci consegnano un'Italia fortemente divisa e abbiamo il dovere di tentare un'unificazione sulle grandi questioni culturali. Uno dei terreni su cui è possibile entrare in sintonia con la maggioranza dei cittadini del nostro Paese è sicuramente il tema della pace; il ritiro delle truppe dall'Iraq è pertanto un passaggio determinante. Investire sulla pace significa aprire nuovi spazi di democrazia, di relazioni tra popoli, culture e religioni, di nuove culture dell'accoglienza.  
Signor Presidente del Consiglio, sono molto soddisfatto ed esprimo un giudizio molto positivo su due richiami che lei ha rivolto nel messaggio di ieri: il problema etico del nostro Paese e l'esigenza di una maggiore sobrietà della politica. Si tratta di due elementi di una riflessione più profonda che dobbiamo sviluppare, che parlano di una crisi della politica e dell'esigenza di risposte anche sul terreno dei valori e di un diverso approccio delle modalità di gestione. 
Dobbiamo ricostruire quel senso di appartenenza ad un progetto condiviso che sappia mettere in relazione la capacità di ripresa economica con il sapere collettivo maturo, espresso da soggettività diffuse nel nostro Paese. 
Una condivisione del programma di Governo dal basso e attenta alle dinamiche sociali, in grado di rispondere alla domanda di nuovi diritti civili e sociali e ai nuovi bisogni. 
Il Governo dovrà parlare il linguaggio della chiarezza e affrontare i nodi che sono stati illustrati in questa sede dagli altri colleghi dell'Unione e dalle compagne di Rifondazione Comunista: dalla scuola all'università, dall'informazione alla giustizia, dal lavoro ai diritti e all'ambiente. 
Oggi siamo chiamati ad un passaggio molto importante. È la prima volta di Ministri e di rappresentanti del Partito della Rifondazione Comunista-Sinistra Europea nella compagine governativa. 
Abbiamo contribuito, insieme agli altri partiti dell'Unione, alla costruzione di un programma di Governo del Paese alto e dai contenuti profondamente riformatori. Oggi, con la fiducia al Governo, si apre una finestra sul futuro, sulla capacità che sicuramente avremo di allargare i consensi, entrando in sintonia con i sentimenti diffusi dei cittadini del nostro Paese. 
Il Partito della Rifondazione Comunista-Sinistra Europea esprimerà oggi il voto di fiducia al Governo e garantirà con la sua presenza leale e coerente l'esplicarsi dell'azione di Governo per l'intera legislatura nel solco tracciato dal programma dell'Unione. 
Il prossimo impegno, a partire da domani, sarà la battaglia per l'affermazione e la difesa della Costituzione nel prossimo referendum che si terrà nel mese di giugno. (Applausi dai Gruppi RC-SE e Ulivo. Congratulazioni)
  
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tofani. Ne ha facoltà.