È storia vecchia la questione delle liste elettorali degli italiani che vivono all’estero 
 
TORONTO — Ho letto con piacere quanto ha scritto Dom Serafini sulle agenzie a proposito della formazione delle liste elettorali dei cittadini all’estero, che — afferma giustamente — dovrebbe avvenire attraverso l’istituzione di un registro in cui gli elettori interessati al voto dovrebbero iscriversi di propria iniziativa. 
In effetti, tale proposta era stata già presentata a Toronto due anni fa alla commissione senatoriale di studio sul voto all’estero in un incontro con il Comites e il CGIE. 
Ai Senatori prospettammo la situazione disastrosa delle anagrafi e proponemmo, in loro vece, l’istituzione di un registro nel quale gli aventi diritto al voto che fossero interessati a esprimerlo potessero iscriversi. Facemmo anche presente che, in Canada, esiste un aggancio automatico, secondo il quale il cittadino interessato a votare segnala tale intenzione contrassegnando una semplice casella sulla dichiarazione dei redditi. Naturalmente l’iniziativa avrebbe dovuto essere opportunamente propagandata. Ciò avrebbe eliminato la zavorra dei morti e di chi non è interessato a votare consentendo, nello stesso tempo, il recupero degli esclusi dall’anagrafe. 
Fu obiettato che, in questo modo, si correva il rischio di escludere dei potenziali elettori, contravvenendo alla norma costituzionale. Ma l’obiezione fu superata quando facemmo notare che: 1) usando le anagrafi esistenti, la norma sarebbe stata comunque disattesa in oltre un milione di casi e 2) il rispetto del diritto al voto sarebbe stato assicurato nel momento stesso in cui tutti gli elettori fossero stati invitati a iscrivere i propri nomi nel registro. Proprio come avviene, ripeto, in Canada. Di tutto ciò fu presa nota sul momento, ma, evidentemente, la questione rimase lettera morta, al punto che, oggi, viene da chiedersi a cosa sia servito quel dispendio di spese ed energie.  
Adesso si apre una nuova legislatura: toccherà quindi a noi spingere nel modo più deciso verso un ammodernamento delle procedure e, soprattutto, della mentalità, con il fermo intento di superare anacronistiche resistenze, dovunque queste possano annidarsi. 
Gino Bucchino 
Deputato de L’Unione per la ripartizione America Settentrionale e Centrale 
 
Sorriso (CGIE) contrario alla proposta di Bucchino di registrazione volontaria degli elettori italiani nel mondo 
NEWARK - “A questo punto sarebbe opportuno fare votare solo gli iscritti delle liste dei patronati e tutto sarebbe più semplice per lui”: Augusto Sorriso, consigliere CGIE degli USA, polemizza con Gino Bucchino che si era detto favorevole (v. Inform n. 86) alla proposta di Don Serafini di istituire un registro in cui i cittadini residenti all’estero dovrebbero iscriversi di propria iniziativa per poter votare nella circoscrizione Estero.“Proporre la registrazione — afferma Sorriso - credo sia una soluzione risibile che restringerebbe di molto la partecipazione dei nostri connazionali. Dobbiamo invece seriamente pensare e mirare ad una partecipazione che sia la più ampia possibile. Il riferimento alla proposta di Serafini, fatta in buona fede da una persona che da sempre vive in Nord America, è fuorviante: devo far notare che questa della registrazione è una filosofia che non appartiene al modo di pensare politico dell'Italia e degli Italiani. “Se questo è il tuo esordio, caro Gino, è proprio pessimo - prosegue Sorriso -. Un restringimento del corpo elettorale all'estero potrebbe in un futuro fare avere dei ripensamenti ai nostri governanti di qualsiasi colore politico. Ora che siete stati eletti cercate delle soluzioni che coinvolgano il più possibile i nostri connazionali come auspicato da altri nel centrosinistra. Un esempio per tutti di come una pseudo registrazione ha complicato le cose è il mailing di fine anno che invece di fare chiarezza su chi aveva diritto al voto ha privato migliaia di concittadini che, pur essendo regolarmente iscritti nelle liste elettorali dei consolati, non avendo risposto al mailing (tra l'altro non erano lettere raccomandate e quindi non vi è la certezza del ricevimento) sono stati cancellati”.“I patronati — conclude Sorriso - sappiamo benissimo che hanno un ruolo insostituibile e meritorio nella pratica civile; nella pratica politica potrebbero essere elemento distorsivo nella registrazione dei connazionali”. (Inform) 
 
 
2 maggio 2006 
Ma che "c'azzeccano" i patronati con il registro degli elettori? 
 
ROMA — Caro Sorriso, ti conosco abbastanza bene e ho avuto modo di apprezzare il tuo impegno politico e la coerenza  del tuo modo di ragionare. Trovo quindi del tutto fuori da ogni logica di pensiero politico quanto tu obietti in merito alla proposta/ipotesi di formare le liste elettorali all’estero tramite la registrazione volontaria degli aventi diritto. 
Rispetto, ma non condivido, la tua posizione; tuttavia devo contestare con forza l'attribuzione che tu fai al mio pensiero sul ruolo che potrebbero avere i patronati. Resto dell'idea che l'ipotesi di un registro elettorale è valida e ti assicuro che, non stimolata da me, sta prendendo forza a Roma anche, e forse soprattutto, fra parlamentari ed esperti di centro-detra. Ma né, io né altri, abbiamo mai pensato che gli elettori dovessero potersi registrare tramite i patronati piuttosto che attraverso gli organi istituzionali preposti.  
Se un discorso di questo genere lo facesse il solito qualunquista al bar, non mi ci soffermerei nemmeno: ma quando  proviene da una persona come te, con alle spalle l’esperienza del Comites e del CGIE, la cosa comincia a preoccupare e preferisco pensare che tu sia male informato da qualcuno sul mio pensiero. Anche perchè mi sembra che confondi la registrazione con l’operazione di mailing, senza renderti conto della fondamentale differenza rappresentata dall’inversione dei ruoli: di iniziativa dell’interessato la prima, di iniziativa ministeriale la seconda, basata su dati presunti e dubbi. Vuoi spiegarmi come sarebbe stato possibile, per esempio, raggiungere coloro — e sono tanti — che non figurano in nessuna lista, magari perché nemmeno sanno di essere italiani? E poi, per funzionare, l’anagrafe ha bisogno comunque dell’iniziativa del singolo: se questi non si registra da nessuna parte, si autoesclude. Allora, dov’è la differenza fra chi non si iscrive all’anagrafe e chi non si iscrive nel registro?  D'accordo con  te  che dobbiamo cercare il massimo coinvolgimento. Per far ciò occorre svolgere un’ampia azione informativa e offrire a tutti la possibilità di iscriversi: chi rifiuta è colui che, comunque, non voterà. 
Ti faccio notare che la richiesta di iscrizione volontaria nelle liste per le politiche viene praticata in un paese come il Canada, che nulla ha da imparare in fatto di democrazia: se in Italia esiste una prassi e questa non funziona, perché restarvi ancorati? 
Un caro saluto, 
Gino Bucchino